Uomo che ha trascorso 64 anni in prigione fa piangere Antonella e i giudici a The Voice of Italy.

Uomo che ha trascorso 64 anni in prigione fa piangere Antonella e i giudici  a The Voice of Italy. - YouTube

Una luce si accende. Un uomo anziano, curvo sotto il peso di 84 anni, si avvicina lentamente al centro del palco. Il suo volto è una mappa di rughe profonde, ogni solco una testimonianza silenziosa di una vita che pochi potrebbero immaginare. Quando la musica parte, una voce roca ma carica di un’emozione quasi insostenibile riempie lo studio di “The Voice of Italy”. Canta “O surdato ‘nnammurato”, una vecchia melodia napoletana. Ma non è solo una canzone. È un grido di battaglia, un testamento di sopravvivenza, la storia di Giovanni Satta, l’uomo che ha trascorso 64 anni in prigione per un crimine che non aveva commesso.

La sua esibizione lascia i giudici e il pubblico senza parole, non solo per la passione che trasmette, ma per la storia che si cela dietro quella voce. Quando, con un filo di voce, rivela la sua identità e il motivo della sua presenza, l’Italia intera si ferma. Quella sera, la televisione non è più solo intrattenimento; diventa un tribunale popolare, il palcoscenico di un appello disperato alla giustizia.

Per comprendere la portata di quel momento, dobbiamo tornare indietro nel tempo, a Milano, nel 1960. Giovanni Satta era un giovane di 20 anni, un ragazzo sardo di umili origini ma con un talento straordinario per il canto. Grazie a una borsa di studio, era riuscito a trasferirsi nella vibrante metropoli per inseguire il suo sogno di diventare un cantante lirico. La sua voce era la sua promessa, il suo biglietto per un futuro luminoso, lontano dalla povertà della sua terra. A Milano, la sua vita si intreccia con quella di Elena Bianchi, la figlia di una delle famiglie più influenti e ricche della città. Il loro legame, un’amicizia pura e profonda, viene immediatamente osteggiato dalla famiglia di lei, che vede in quel giovane sardo una minaccia al loro status sociale.

La tragedia esplode quando Marco, il fratello di Elena, viene trovato morto. Le circostanze sono torbide, ma la potente famiglia Bianchi non perde tempo. In un mondo dove la classe e il potere contano più della verità, Giovanni diventa il capro espiatorio perfetto. Le prove vengono abilmente manipolate, le testimonianze comprate. Giovanni, il talentuoso cantante venuto dal nulla, viene accusato dell’omicidio. Nonostante le sue disperate proteste di innocenza, il processo è una farsa. In un batter d’occhio, viene condannato all’ergastolo. La sua voce, destinata a calcare i palcoscenici più prestigiosi, viene messa a tacere dal clangore delle porte di un carcere.

Per i successivi 64 anni, la vita di Giovanni si riduce a quattro mura di cemento. I giorni diventano settimane, le settimane mesi, i mesi anni. La speranza, all’inizio una fiamma ardente, si trasforma in una brace che lui alimenta cantando, ogni singolo giorno, nella solitudine della sua cella. “O surdato ‘nnammurato” diventa il suo inno personale, un legame con il mondo che gli è stato strappato via, un promemoria del suo cuore ancora capace di amare e sognare, nonostante tutto. Negli anni ’80, un timido tentativo di riaprire il caso fallisce miseramente: gli archivi giudiziari, contenenti i documenti cruciali, scompaiono misteriosamente, sigillando ulteriormente il suo destino.

Il tempo, però, è un giudice paziente. Nel 2018, ormai anziano e con la salute precaria, a Giovanni viene concessa la libertà condizionale. Viene trasferito in una casa di riposo, un mondo nuovo e sconosciuto per un uomo che ha conosciuto solo la prigionia. Lì incontra Chiara Neri, una giovane assistente sociale con una laurea in legge nel cassetto. Chiara ascolta la sua storia, legge nei suoi occhi la profonda ferita di un’ingiustizia mai sanata e decide di fare qualcosa. È lei a convincerlo a partecipare a “The Voice Senior”, non per cercare la gloria tardiva, ma per usare quel palcoscenico come un’ultima, potente cassa di risonanza per la sua storia.

L’apparizione televisiva di Giovanni innesca una reazione a catena. Il caso, a lungo dimenticato, torna alla ribalta nazionale. Chiara Neri si getta a capofitto nella vicenda, usando le sue competenze legali per scardinare il muro di omertà eretto dalla famiglia Bianchi. La battaglia è impari. I Bianchi sono ancora potenti e usano ogni mezzo per ostacolarla. Ma la verità ha un’alleata inaspettata: Elena Bianchi. Ormai anziana, tormentata per decenni dal senso di colpa, decide finalmente di rompere il silenzio. Consegna a Chiara una vecchia scatola di latta, un tesoro di ricordi e segreti. All’interno, tra lettere e fotografie, c’è la prova schiacciante: una confessione scritta dal padre di Elena, in punto di morte, in cui ammette di aver orchestrato l’incriminazione di Giovanni per coprire la vera causa della morte del figlio Marco, ucciso per debiti di gioco.

Con questa prova in mano, Chiara riesce a far riaprire ufficialmente il caso. L’indagine svela un intreccio spaventoso di corruzione, prove distrutte e bugie comprate. Finalmente, dopo 64 anni, la giustizia fa il suo corso. Giovanni Satta viene ufficialmente e pienamente assolto. L’uomo che era entrato in prigione a 20 anni ne esce, simbolicamente, a 84, con la sua innocenza finalmente riconosciuta.

Molti si sarebbero aspettati che chiedesse un risarcimento monetario colossale per la vita che gli era stata rubata. Ma Giovanni sorprende ancora una volta. Rifiuta ogni compenso e chiede che i fondi vengano utilizzati per creare una scuola di canto a Cagliari, in Sardegna, per i giovani provenienti da contesti difficili. Voleva offrire a loro l’opportunità che a lui era stata negata, trasformando il suo immenso dolore in una fonte di speranza per le generazioni future.

La sua storia non finisce qui. Chiara Neri, ispirata dalla sua resilienza, fonda la “Fondazione Satta per la Giustizia”, un’organizzazione dedicata a riesaminare casi giudiziari controversi. Giovanni fa un’ultima apparizione pubblica alla finale di “The Voice”, non per cantare, ma per tenere un discorso memorabile sulla giustizia, la libertà e il potere del perdono, lasciando un’eredità che va ben oltre la sua vicenda personale.

Giovanni Satta si è spento serenamente due anni dopo, a 86 anni. Non ha vissuto a lungo da uomo libero, ma è morto con la dignità che gli era stata sottratta. La sua storia ha innescato importanti riforme nel sistema giudiziario italiano e continua a vivere attraverso la sua scuola e la sua fondazione. La sua voce, un tempo messa a tacere, risuona oggi più forte che mai, un monito eterno che la verità, per quanto a lungo possa essere sepolta, alla fine troverà sempre un modo per emergere e cantare la sua canzone.